Tappe di sviluppo linguistico e Disturbi Specifici di Linguaggio (DSL)

Ero in libreria e cercavo un libro da regalare a mia nipote di 1 anno e mezzo.

Mi orientavo su un libro morbido che avesse immagini di parole che, di lì a poco, sarebbero entrare a far parte del suo vocabolario.

Alla fine lo trovo: “Le mie prime parole”, lo sfoglio e lo trovo davvero molto carino, peccato però che il libro fosse consigliato a bambini di età superiore ai 36 mesi, quindi 3 anni.


Il messaggio quindi che arriva alle neomamme qual è?

Il tuo bambino imparerà a parlare a tre anni? Non ti preoccupare se a 3 anni ancora non parla?

In realtà a 18 mesi inizia una tappa molto importante denominata “esplosione del vocabolario” in cui il bambino vanta in media 50 parole e, una volta superata questa soglia, acquisisce dalle 5 alle 40 parole a settimana.

Provate quindi ad immaginare quante parole avrà conquistato a 3 anni.

Allora mi chiedo: Siamo sicuri di essere tutti a conoscenza delle tappe di sviluppo linguistico dei nostri figli/alunni?”

E per “tutti” intendo medici, pediatri, genitori, insegnanti, psicologi, ecc.

Ultimamente si parla molto di prevenzione, di screening, di individuazione precoce, ma conosciamo bene qual è lo sviluppo nella norma?

Visto che a breve si terrà la giornata europea sui disturbi specifici del linguaggio mi piacerebbe spendere due parole sullo sviluppo nella normalità.

 

Innanzitutto mi preme fare due premesse.

La prima è che, come S. Pinker dice nella prefazione del suo splendido libro L’istinto del linguaggio, "Tutti noi siamo spettatori inconsapevoli del fatto che la nostra specie ha una straordinaria capacità: plasmare con estrema precisione gli eventi nel cervello altrui. Emettendo semplicemente suoni con la bocca noi possiamo far sorgere l’uno nella mente dell’altro nuove combinazioni di idee dotate di significato. Tanto naturale è per noi questa capacità, che tendiamo a dimenticare che miracolo sia”

 

Il parlare, così come il leggere e lo scrivere, sono apprendimenti di cui la maggior parte di noi non ha memoria; nessuno ricorda di aver avuto difficoltà ad imparare a leggere.

Dandolo per scontato, facciamo fatica ad immaginare che un apprendimento che per noi è stato automatico possa non esserlo per altri.

La seconda premessa è che parlare non vuol dire necessariamente comunicare e che per comunicare non serve necessariamente il linguaggio. (Questo lo approfondiremo più avanti).

 

Ma come viene appreso questo “motore della comunicazione verbale”?

 

Sappiamo che i bambini imparano a comunicare in tempi estremamente rapidi, prima con lo sguardo, poi con i gesti e solo infine acquisiscono uno strumento più raffinato che è appunto il linguaggio. Nel primo anno di vita infatti i bambini rinforzano 2 importanti presupposti:

  • esercitano i loro organi fonoarticolatori;
  • cominciano a sperimentale l’intenzionalità comunicativa.

 

Verso i 6/7 mesi producono sequenze di consonante-vocale molto simili alle sillabe “ma ma ma, pa pa pa” (lallazione canonica) e verso i 10/12 mesi sono in grado di produrre sequenze di sillabe molto più complesse “ma ta pa, pa ta ca” (lallazione variata).

L’assenza di questa tappa per esempio è individuata come indice di rischio per un eventuale ritardo e/o disturbo di linguaggio (anche questo lo approfondiremo più avanti).

 

Intorno al primo anno di età avviene il momento tanto atteso: le prime parole accompagnate dai primi gesti Intenzionali con i quali il bambino dimostra di saper usare un simbolo non verbale per descrivere una realtà significata. Lo sviluppo gestuale è un indice molto predittivo del successivo sviluppo linguistico e l’assenza di questi gesti è un altro fattore considerato come indice di rischio.

Qui inizia lo sviluppo lessicale che procede fino ai 18 mesi, in cui l’ampiezza del vocabolario si aggira intorno alle 50 parole.

 

Subito dopo, dai 17 ai 24 mesi, inizia lo sviluppo sintattico in cui il bambino diventa capace di usare il linguaggio per rispondere e fare domande, per fare dei commenti e richieste.

Comincia ad usare la lingua per imparare la lingua; questa è la funzione che Jakobson definisce meta-linguistica.

Inoltre, generalmente i bambini passano da uno stadio ad un altro quando hanno imparato che non solo tutte le cose hanno un nome, ma anche che esiste un nome per ogni cosa.

Per la maggior parte dei bambini la prima combinazione di parole inizia quando il loro vocabolario arriva a circa 200 parole.

 

Verso i 36 mesi si attiva lo sviluppo morfosintattico in cui il bambino comincia a sperimentare l’accordo tra soggetto e verbo, impara ad usare correttamente il genere e così via. 

 

Potremmo quindi concludere che indicativamente a 3 anni i bambini parlano, e lo fanno anche abbastanza bene.

Ora, quando si parla di bambini dobbiamo stare molto attenti a non leggere in maniera troppo rigida queste indicazioni.

Lo sviluppo del linguaggio ovviamente non è poi così semplice e scontato come l’ho descritto fin qui ed ogni bambino non solo è diverso ed ha uno stile di acquisizione unico, ma è anche immerso in un contesto socio culturale che influenzerà il suo percorso di vita.

Dobbiamo però ricordarci che quando ci scambiamo informazioni non possiamo riportare la nostra esperienza come la “VERITÀ ASSOLUTA”; anche se nostro figlio ha cominciato a parlare, e bene, anche verso i 4 anni, non vuol dire che questo possa rappresentare la normalità per tutti.

 

A questo punto a tutti sarà capitato di parlare con un bimbetto, dai 3 anni in su, non capire assolutamente nulla, e di guardare la mamma che, imbarazzata, ci traduce l’eloquio del figlio.

Oppure ci sarà capitato di andare a cena da amici e di scoprire che la nostra amica è un po’ in ansia per il figlioletto di tre anni che dice solo mamma, papà e nonna.

In entrambe le situazioni la maggior parte di noi risponderà allo stesso modo “Ma dai è ancora così piccolo!!”.

Con troppa facilità siamo abituati ad usare la parola “piccolo” e a sottovalutare le capacità dei nostri bambini.

Anche se a 3 anni sono indubbiamente piccoli, ora sappiamo che in media a quell’età dovrebbero conoscere più di 200 parole; tra 3 parole (come nel caso del figlio della nostra amica) e 200 c’è una differenza di 197 vocaboli, quindi il divario è oggettivamente ampio.

La prossima volta potremmo pensare che il bambino è un po’ in ritardo e magari dire alla nostra amica di chiedere consiglio al pediatra ed eventualmente prenotare la visita con la Neuropsichiatra del servizio territoriale di competenza.

Con molta probabilità si scoprirà essere un semplice ritardo di linguaggio e la mamma sarà non solo tranquillizzata ma sarà indirizzata su come facilitare la sviluppo del linguaggio del proprio figlio.

Se poi a distanza di mesi la situazione non cambia, potrà pensare di affidarsi ad un professionista e iniziare una terapia logopedica. 

 

Ma adesso veniamo alla parte “tecnica”:

Il Disturbo del linguaggio (DL) rappresenta una tra le più frequenti difficoltà che un bambino tra i 2 e 6 anni può incontrare nel suo sviluppo.

Si stima, infatti, che la diffusione di questo disturbo si aggiri intorno al 5%, (Stark e Tallal, 1981).

Quando il disturbo si presenta in un quadro di disabilità generale (sindromi, deficit cognitivi, ecc.) parliamo di Disturbo del linguaggio (DL).

Quando invece le difficoltà non derivano da altri disturbi ma la compromissione interessa solo l’area del linguaggio parliamo di Disturbi Specifici di Linguaggio (DSL). 

In sostanza i bambini con Disturbo Specifico NON presentano problemi di udito, NON hanno problemi neurologici, NON hanno deficit intellettivi e NON hanno disturbi nell’area affettivo-relazionale. 

Il disturbo viene poi distino in vari deficit a seconda dell’area che è stata compromessa.

  • Deficit fonologico-sintattico, in cui, il versante espressivo maggiormente coinvolto, è quello fonologico (organizzazione dei suoni nelle parole) e morfosintattico (organizzazione delle frasi complete di soggetto-verbo-oggetto-complementi); 
  • Deficit fonologico, da molti definito anche come Disordine Fonologico (Bortolini, 1993) che vede coinvolto unicamente il canale fonologico. 
  • Sindrome lessicale-sintattica, caratterizzata da problematiche ad accesso lessicale, quindi nella comprensione della frase dal punto di vista del significato delle frasi e del significato delle parole. 
  • Sindrome semantica-pragmatica: in cui l’eloquio del bambino appare “scollegato” e poco appropriato al contesto.

Se parliamo di prevenzione di questo disturbi è bene elencare anche i campanelli d’allarme che ci DOVREBBERO mettere in guardia, o perlomeno farci venire un dubbio.

 

  • L’assenza di lallazione, come dicevamo prima, in genere è uno tra gli indici di rischio che si ritrovano nelle anamnesi dei bambini con DSL.

Ma come mai è così importante il Balbettio? Ancora una volta mi avvalgo della spiegazione che fa Pinker nel suo libro:

Il bambino è come una persona a cui è stato dato un pezzo complicato di un‘apparecchiatura acustica, e che cerca di sbrogliarsi tra fili e interruttori non etichettati, senza avere le istruzioni dell’uso. In queste situazioni le persona tirano fuori quello che in computerese si chiama frobbing: giocherellare a caso e vedere cosa succede.

Ascoltando il proprio balbettio, i bambini scrivono in realtà un loro manuale d’istruzioni: imparano quanto muovere i muscoli, e quali, e in che direzione per determinare quale cambiamento nel suono”.

  • La Mancanza di schemi d’azione sugli oggetti, per esempio usare il cucchiaino per mangiare.
  • Ridotta presenza del “Gioco simbolico”, che compare intorno ai 24/30 mesi quando il bambino gioca al far finta di..
  • Vocabolario ridotto e quindi, ricordandoci le tappe che abbiamo visto prima, meno di 20 parole a 18 mesi o meno di 50 parole a 24 mesi.
  • Assenza dei gesti deittici, in particolare il gesto di indicazione, e ritardo nella combinazione gesto-parola.
  • Otiti ricorrenti, soprattutto nei primi due anni di età, che possono abbassare la soglia di discriminazione dei suoni, soprattutto quelli che si differenziano per un solo tratto (p/b – t/d).
  • Difficoltà nella comprensione di ordini semplici dopo i 24 mesi.
  • Persistere di un eloquio incomprensibile dopo i 3 anni.

 

Tutti questi sono segnali dovrebbero essere presi SERIAMENTE in considerazione, soprattutto se si manifestano in contemporanea.

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Commenti: 2
  • #1

    rosj (domenica, 03 marzo 2013 10:19)

    complimenti
    ottimo articolo
    leggo ad alta voce in biblioteca (anche ai bimbi e alle mamme fin dai primi mesi fino ai
    5 anni )
    progetti lettura nella scuola dell'infanzia
    possono confermare che la lettura e' cibo per la mente

  • #2

    Viviana (lunedì, 11 marzo 2013 22:56)

    Grazie Rosy, sono contenta di sapere che si fanno progetti nelle biblioteche sulla lettura con i bimbi così piccoli!
    Complimenti a te!