Nell’interessantissimo libro di Robert Cialdini, Le armi della persuasione, viene messo in evidenza un aspetto centrale nell’educazione dei bambini: l’effetto che hanno le “minacce” sull’educazione e la crescita sana dei più piccoli (e non solo).

Suggerisco a tutti gli Insegnanti e ai genitori di leggere con attenzione quanto segue!

Freedman voleva vedere se sarebbe riuscito a impedira che dei bambini (tutti maschi dai sette ai nove anni) giocassero con un balocco bellissimo, un complicato robot a batteria, semplicemente perché, qualcosa come un mese e mezzo prima, aveva detto che non dovevano farlo. L’impresa non era facile, ovviamente, ma l’idea era di fare in modo che i bambini si convincessero da soli che non era giusto giocare con l’oggetto proibito.

Ottenere un’obbedienza temporanea era facile: bastava minacciare gravi conseguenze nel caso che li avesse colti in flagrante. Lo sperimentatore mostrava al bambino conque giocattoli e, dopo avergli detto “Non va bene giocare col robot. Se giochi con il robot mi arrabbio davvero e vedrai che cosa ti faccio”, usciva per qualche minuto. Su 22 bambini, 21 non hanno toccato l’oggetto proibito durante la sua assenza (naturalmente, erano osservati attraverso uno schermo unidirezionale). Ma ciò che interessava era lìefficacia della minaccia a distanza di tempo, quando lo sperimentatore non era più nei pressi. Per verificarlo, sei settimane dopo si presentava alla scuola un assistente che prelevava i bambini dalla classe uno per volta, li portava nella stanza con i cinque giocattoli e li sottoponeva a una prova di disegno, senza fare il minimo accenno alla situazione precedente; mentre riguardava i disegni eseguiti, diceva al bambino che poteva giocare con quello che voleva. Quasi tutti prendevano un giocattolo e di questi il 77% sceglieva proprio quello proibito. L aminaccia di Freedman, così efficace sul momento, non serviva più in sua assenza.

Con un altro gruppo di 22 bambini (tutti maschi anche questi e della stessa età) la procedura era leggermente cambiata: lo sperimentatore non faceva minacce e, prima di lasciare brevemente la stanza, si limitava a dire che “non va bene giocare con il robot”. Il divieto senza minaccia risultò nell’immediato altrettanto efficace: anche qui, uno solo toccò il robot durante la breve assenza di Freedman.

La vera differenza fra i due gruppi venne fuori sei settimane dopo: lasciati liberi dall’assistente di giocare con quello che volevano mentre correggeva il test, la maggior parte di loro evitava il giocattolo proibito, benché fosse di gran lunga il più appetibile (gli altri erano un sottomarino di plastica da pochi soldi, un guanto da baseball da bambini senza la palla, un fucilino scarico e un piccolo trattore). Fra quelli che si mettevano a giocare con gli oggetti presenti nella stanza, appena il 33% sceglieva il robot.

In tutti e due i gruppi era successo qualcosa di ben preciso. Nel primo, la grave minaccia dello sperimentatore era molto efficace finché c’era il rischio di essere colti sul fatto ma non più a distanza di tempo e in sua assenza; tale minaccia evidentemente aveva inseganto non che era sbagliato giocare col robot, ma solo che era imprudente finché durava il pericolo. Negli altri, l’evento era interno: l’avvertimento senza minaccia non solo aveva l’effetto voluto, ma li induceva anche ad assumersi in proprio la responsabilità di evitare quel giocattolo mentre restavano soli. In qualche modo erano portati a concludere che non avevano giocato con il robot perché non ne avevano avuto voglia. Dopo tutto, non c’erano punizioni che spiegassero altrimenti il loro comportamento. E, così, trascorso un mese e mezzo, continuavano a ignorare l’oggetto proibito perché il cambiamento era avvenuto dentro di loro: ormai credevano essi stessi di non volerlo.

 

Sono chiari gli insegnamenti che se ne possono ricavare nell’educazione dei bambini.

Supponiamo che i genitori vogliano inseganre a un bambino che è male dire bugie. Una grave minaccia può avere effetto finché sono presenti e possono scoprirlo, ma non servirà a ottenere il risultato principale: fargli credere che non mente perché è lui per primo convinto che non si deve fare. Per questo ci vuol eun metodo più sottile: bisogna sì dargli una qualche ragione sufficiente per essere sincero il più delle volte, ma non tanto forte da essere questa la sola ragone evidente della sua sincerità. Il difficile sta nel trovare l’esatta gradazione, dal semplice invito a un leggero avvertimento, ma l’importante è ridurre al minimo indispensabile la pressione esterna, in modo che il bambino sia spinto inizialmente ad eseguire il comportamento desiderato, ma allo stesso tempo possa sentirsene personalmente responsabile. Può non essere un compito facile, ma merita svolgerlo per ottenere un impegno duraturo, invece che un conformismo passivo di breve respiro.

Tutto questo comporta alcune conseguenze importanti per l’educazione dei bambini, suggerendo di evitare il ricorso massiccio a minacce o lusinghe per ottenere da loro cosa in cui vogliamo che credano per davvero. Pressione del genere produrranno forse una temporanea obbedienza, ma se questo non ci basta, se vogliamo che siano convinti di quello che fanno e continuino a farlo quando non siamo lì a punire o premiare, allora dobbiamo fare in modo che si sentano personalmente responsabili delle azioni che vogliamo da loro. Un esperimento di Jonathan Freedman può darci qualche indicazione su quello che bisogna fare o non fare a questo proposito.

Le scienze sociali che insegnano che la responsabilità interiore di un comportamento viene accettata quando si pensa di averlo eseguito per libera scelta, in assenza di forti pressioni dall’esterno. Una grossa ricompensa costituisce una pressione del genere, che può indurci a compiere una certa azione, ma non farcene sentire pienamente responsabili. Non saremo quindi impegnati a mantenere una qualche coerenza con quell’atto. Lo stesso vale per una forte minaccia, che può motivare un’acquiescienza immediata, ma difficilmente un impegno a lungo termine.

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  1. Maria Tina 17 Febbraio 2014 at 15:13 - Reply

    Quando ero alunna mi capitava una cosa che reputavo strana: avevo più timore degli insegnanti che parlavano poco che non di quelli che urlavano e minacciavano. I miei compagni di classe mi ritenevano coraggiosa ma io no, perché vedevo ridicoli coloro che urlavano. Oggi sono insegnante e, grazie a questo bell’articolo, ho capito che non ero io la strana! Oggi con i miei alunni parlo moltissimo, con termini e concetti adeguati alla loro età ma senza urlare o lapidarli con le note sul registro. Grazie Alberto per aver ricordato che i nostri alunni sono piccole persone da crescere e non piccoli soldati da addestrare.