Dobbiamo diventare etologi anziché perdere la pazienza

Molto spesso, sia nella vita personale che in quella professionale, mi trovo di fronte a comportamenti o dinamiche che mi fanno saltare i nervi, mi mettono a disagio o mi fanno provare delusione e amarezza.

Ma sarebbe impensabile avere a che fare soltanto con persone che si comportano in modo irreprensibile e compatibile con le mie preferenze o i miei valori. Per questo ogni tanto ricordo a me stesso quel proverbio indiano che dice: "Anziché cercare di ricoprire il mondo di tappeti, faresti meglio ad investire in un buon paio di pantofole." Seguendo questo insegnamento è da un po' di anni che trovo molto utile mettere in atto un espediente, tanto semplice quanto efficace. Scopri quale...

Da qualche anno, dicevo, ho iniziato ad osservare le dinamiche relazionali che meno condivido, come se fossi un etologo... sì, hai capito bene: quando comincio a sentirmi infastidito, scosso o disgustato di fronte ad un atteggiamento che non mi piace, cerco di guardare a quello che accade come se fossi un documentarista, appostato nel mio riparo di fronte ad un evento naturale. Immagino che chi lavora a diretto contatto con la natura, oltre a tanta passione, eserciti anche la capacità di osservare "con distacco" gli eventi: se una tigre siberiana non dovesse decidersi a transitare davanti al nascondiglio camuffato nella foresta, magari dopo giorni o settimane di appostamento, non credo che l'etologo la prenda sul personale! Probabilmente ricondurrà l'accaduto a tutta una serie di fattori "naturali", appunto.

 

Guardare con gli occhi del documentarista, per me, significa anche passare dal subire la presunta volontarietà altrui al prendere atto della (comunque presunta) incapacità altrui. Faccio subito un esempio: qualche settimana fa, durante la festa di Natale organizzata dal nido di mia figlia, mi è capitato di essere stato "aggredito" verbalmente dalla nonna di una bambina; la signora lamentava il fatto che io mi fossi seduto (a terra) davanti a lei e al genero/figlio, il quale in quel modo non sarebbe riuscito ad effettuare una videoripresa della propria bimba durante lo scambio di doni con Babbo Natale. Parlo di "aggressione" verbale non tanto per il contenuto della richiesta (anche legittima, per carità), quanto per il tono e le modalità utilizzate. Ammetto che il fastidio c'è stato, dato che fino a prova contraria ero io quello "spalmato" a terra, mentre la signora ed il papà della bimba erano comodamente seduti su una sedia. In quel momento (e anche successivamente, ripensando all'accaduto), mi è stato molto utile cercare di focalizzarmi più sugli aspetti "etologici" dell'episodio che non sulle presunte intenzioni o considerazioni morali. Così ho valutato la mia prossemica, ho preso in considerazione l'alto livello di attivazione emotiva di quel momento, la psicogeografia dell'ambiente in cui ci trovavamo, ecc. D'un tratto (e anche adesso, ripensandoci) il comportamento che lì per lì stavo subendo, è diventato per me più "tollerabile" e comprensibile, pur continuando a non condividerlo.

 

Oltre ad essere un buon espediente (almeno per me), credo che sia anche il modo più "realistico" di guardare a ciò che ci accade intorno: sono profondamente convinto infatti che il mondo sia pieno di persone per bene e che solo raramente qualcuno abbia l'intenzione diretta e consapevole di metterci in difficoltà o addirittura di ferirci. Se qualcuno, per esempio, dice o fa qualcosa che ci fa sentire squalificati, credo sia molto probabile che non sia in grado di fare altrimenti: probabilmente in quel momento o in quel contesto erano quelle le risorse (emotive, comportamentali e comunicative) a sua disposizione. Al contrario, credere che fosse sua precisa intenzione offenderci, ci farebbe tra l'altro correre il rischio di risultare fin troppo presuntuosi... eh sì, sarebbe come pensare di essere abbastanza importanti per quella persona da indurlo a modificare di proposito il suo atteggiamento a causa nostra.

 

E poi, occhio alle profezie che si autoavverano! ;)

 

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