La scena è questa. Consiglio di classe del martedì pomeriggio. Aula docenti, finestre socchiuse, termosifoni che fanno rumore anche se è già primavera. Al punto tre dell’ordine del giorno compare sempre lo stesso nome. Marco, seconda B. Ritardi frequenti, compiti non consegnati, risposte provocatorie. Qualcuno sospira prima ancora di iniziare.

È una situazione che molti docenti e dirigenti scolastici riconoscono subito. Non perché manchi attenzione educativa, ma perché l’attenzione, spesso, è già stata messa tutta in campo.

Negli ultimi mesi si è provato un po’ di tutto. Richiami formali, colloqui con la famiglia, note sul registro elettronico, strategie condivise in consiglio di classe. Sulla carta, tutto corretto. Nella realtà quotidiana, però, nulla cambia davvero. A volte sembra persino peggiorare. Marco entra in aula sulla difensiva. Gli insegnanti anche. Come se il copione fosse già scritto.

Una difficoltà diffusa nella scuola di oggi

Questa scena non è un’eccezione. È una fotografia piuttosto fedele di molte scuole italiane. E non perché manchino competenze professionali o senso di responsabilità. Al contrario. Spesso il problema nasce proprio dall’impegno costante, ripetuto, ma sempre orientato nella stessa direzione.

La trappola più comune è pensare che il problema sia “Marco”. Oppure la famiglia. O il contesto sociale. O l’età. Letture comprensibili, ma poco utili dal punto di vista del problem solving a scuola. Perché spostano l’attenzione su fattori difficilmente modificabili nel breve periodo, mentre la vita scolastica continua ogni giorno, ora per ora.

Il problem solving strategico come cambio di prospettiva

Il problem solving strategico non chiede analisi infinite, né interpretazioni psicologiche complesse. Non cerca il perché profondo del comportamento di Marco. La domanda che pone è più semplice, e proprio per questo spesso spiazzante: che cosa stiamo facendo noi, ripetutamente, nel tentativo di gestire questa situazione?

Quando un consiglio di classe inizia a porsi questa domanda, emergono elementi concreti. I richiami avvengono quasi sempre in pubblico. Gli interventi anticipano l’errore, nel tentativo di prevenirlo. La comunicazione parte quasi esclusivamente da ciò che non funziona. Senza volerlo, il sistema scuola-studente ha costruito una dinamica prevedibile, in cui ciascuno finisce per confermare il ruolo dell’altro.

Cambiare strategia senza abbassare l’asticella

Cambiare, in ottica di problem solving strategico, significa interrompere una sequenza che si autoalimenta.

Un insegnante decide di fare un piccolo spostamento. Non ignora le regole, ma sposta il momento del confronto fuori dall’aula. Non moltiplica le spiegazioni, ma le riduce. Non chiede a Marco di cambiare atteggiamento in generale, ma gli propone un’azione molto specifica, limitata nel tempo, chiaramente osservabile.

Nel giro di qualche settimana qualcosa cambia. Non tutto, non subito. Ma abbastanza da modificare il clima in classe. Marco abbassa la guardia. Gli insegnanti entrano in aula con meno tensione. Il problema non è “risolto” una volta per tutte, ma è sbrogliato. E questo, nella gestione dei problemi scolastici, fa una differenza enorme.

Quando i problemi smettono di essere muri

Smettere di fare ciò che non funziona, anche se sembra logico. Restituire a docenti e dirigenti una sensazione essenziale per il benessere professionale: avere margine di intervento.

Quando si inizia a ragionare in questo modo, molte situazioni smettono di apparire come muri invalicabili e diventano nodi. E i nodi, anche quelli stretti, possono essere sciolti.

Forse non serve trovare ogni volta la soluzione perfetta. Forse basta individuare il primo piccolo spostamento possibile. Quello che cambia la direzione del lavoro quotidiano.

Se nella tua scuola alcune dinamiche si ripetono sempre uguali, esistono percorsi formativi e spazi di confronto pensati proprio per sviluppare competenze di problem solving, comunicazione e leadership educativa. 

La scuola non ha bisogno di eroi. Ha bisogno di adulti che possano pensare strategicamente, insieme.

Dafne Rubini

Pedagogista dell’espressione e Coach Professionista

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