La responsabilità dell'apprendimento (Carla Scala)

A metà luglio sono stati resi noti i risultati delle Prove Invalsi che hanno messo in evidenza le carenze in diverse aree degli studenti in Italia. La mia prima reazione ad essere sincera è stata “Bella scoperta! Bastava ascoltare il coro dei docenti che segnalavano le innumerevoli difficoltà della DaD e il bilancio quotidiano delle loro osservazioni durante le lezioni a distanza!”. La seconda riflessione è stata “Magari ora si prenderanno in seria considerazione le urgenze del mondo scolastico con investimenti adeguati su persone e cose: ci stiamo giocando il futuro del Paese!”. Ma la terza riflessione è legata al coaching: un buon coach deve soprattutto responsabilizzare il suo coachee. Altrettanto dovrebbe fare un insegnante strategico.

Per i bimbi della primaria (maggiormente seguiti dai genitori durante la DaD) il gap con le precedenti prove Invalsi non è molto grande, mentre lo è per i ragazzi più grandi che avrebbero dovuto essere più autonomi nella gestione delle lezioni on line. Quindi mi sono chiesta: ma noi, adulti di riferimento di questi ragazzi, siamo riusciti, prima che la pandemia scoppiasse, a farli sentire responsabili del loro processo di apprendimento o abbiamo avvalorato l’idea che potesse dipendere da altre cose, come docenti più o meno preparati incontrati nel percorso, la famiglia più o meno interessata, gli stimoli ambientali, i voti giusti o ingiusti, premi o punizioni per voti e promozioni?

 

I ragazzi cercano di imparare cose nuove per loro stessi o solo per accontentare gli adulti intorno? Studiano per soddisfare loro curiosità o soltanto per il voto? Io come docente ho lavorato abbastanza sulla responsabilizzazione? Quella che permetterebbe poi loro di aprire i libri e svolgere i propri compiti anche senza avere quotidianamente il fiato sul collo. Quella che eviterebbe di escogitare tutti gli stratagemmi possibili per copiare e barare durante le verifiche, a maggior ragione se svolte a distanza.

 

Che cosa potrei fare di diverso per aiutarli a percorrere la loro vita scolastica avendo la consapevolezza di lavorare per se stessi e di essere in qualche modo artefici del loro futuro? Cosa farei di diverso se mi comportassi con i miei alunni un po’ più da coach, da allenatore, e un po’ meno da giudice o viceversa da “mammina”? Potrei aiutarli ad affrontare meglio i momenti in cui devono marciare in modo più autonomo, come ad esempio durante questa pandemia? Qual è dunque il primo piccolo passo da compiere?

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